A cena da Duval

Il mio collega Duval, quando siamo usciti a prenderci una birra qualche giorno fa ha insistito molto che andassi a visitare la sua casa e conoscere sua madre, che a sua detta, è una donna bellissima, con più di 60 anni ma ne dimostra 30.

Il giorno dell’incontro, nelle zone periferiche della città c’erano state delle barricate e dei colpi di fuoco di mattina presto. Manifestazioni dell’opposizione il giorno dell’indipendenza. Già nel pomeriggio la situazione per la città era normale e tranquilla come sempre.

Oltre un cancello di metallo marrone, a dieci minuti di moto da casa mia, ci sono un paio di banani e la casa di Duval. Un gattino sul divano e una gabbia arrugginita.

Nel salotto mi aspetta la famosa madre, trionfale in un vestito giallo col fiocco in testa. Seduti nel salotto, si parla dal più e del meno. Questa donna ha avuto 12 figli. Le dico che ha sicuramente una grande conoscenza di levatrice e di come tirare su i bambini, sorride, ma non ci capiamo.

Facendo il giro della casa Duval mi fa notare ce nella gabbia arrugginita c’è Jako, un pappagallo grigio verde con la coda rossa e la ali tagliate. Sta li da 20 anni nella sua gabbia arrugginita e mi fa una gran pena. Pare che parli e anche tanto, ma con me è timido e non spiccica parola. Mi avvicino vicino per parlargli all’orecchio. Lui pure si avvicina e sporge la testa finchè non siamo a pochi centimetri e gli dico il mio nome una vota dopo l’altra, sperando che me lo ripeta ma niente.

Da li andiamo tutti e tre dal fratello maggiore di Duval, Dutronc che si è da poco sposato e ha lasciato la casa materna per una nuova con la moglie incinta.

E qui scopro che tutti i 12 figli hanno si chiamano tutti quanti con un nome che inizia per la D. Al padre, Lino, la D piaceva molto. E così che i suoi figli si chiamano:

Didier, Denis (maschio), Denise (femmina), David, Darius, Diane, Dubois, Dismas, Dutronc, Duval, Dimeco e Delphine.

Avere figli e tanti porta rispetto. Questo l’ho notato quando le persone si presentano nelle situazioni ufficiali. Per esempio durante un colloquio di lavoro la prima cosa che ti senti dire è: Sono X, padre di 4 figli. E tu pensi evvabè ma chemmenegra a me. Ma per loro è una condizione essenziale per essere accettato e rispettato dalla società. Quando hai 30 anni e non hai figli come me, inizi già ad essere un po’ sospetto e ti chiedono che c’hai.

Comunque per tornare alla cena, ho scoperto una cosa interessante.

Il Congo è uno dei pochi paesi come l’Italia dove alle superiori si insegna il greco e il latino. Poveracci dico io. E invece no, lo difendono a spada tratta esattamente come viene difeso in Italia, la forma mentis, le lingue latine, ecc.ecc.

In più hanno studiato tutta la nostra storia e la nostra geografia. Il mezziorno in paricolare gli è rimasto molto impresso chissà perchè. C’è spesso un ostentazione di conoscenza random che ti lascia senza parole, ma che alla fine non ti colpisce perchè sembra solo un gioco di memoria.

Parlando tra un boccone e l’altro però mi dicono che della loro storia, del Congo e dell’Africa, non si studia quasi nulla a scuola. E mi ritornano in mente tutti i miei discorsi sul nostro sistema educativo che pure salta la storia più recente e la più utile a capire la realtà.

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